Essere genitori è un’esperienza intensa e trasformativa, fatta di cura, ascolto e responsabilità. Un compito tanto più complesso quando la società, invece di accompagnare i percorsi di crescita, finisce per ostacolarli: attraverso stereotipi, aspettative rigide, discriminazioni esplicite o silenzi che pesano.
Per le famiglie di persone LGBTQIA+, queste difficoltà possono diventare ancora più evidenti. La pressione sociale, la mancanza di riferimenti positivi, le disuguaglianze nei contesti educativi e lavorativi mettono alla prova non solo i figli, ma anche i genitori, chiamati a fare i conti con paure e disinformazione.
È proprio qui che il valore dell’alleanza e della comunità diventa fondamentale. Realtà come AGEDO – Associazione di Genitori, Parenti e Amicз di Persone LGBTQIA+ rappresentano da anni un argine alla discriminazione e un luogo di supporto, confronto e crescita, offrendo strumenti ai genitori e promuovendo una cultura più inclusiva nella società.
Abbiamo intervistato Donatella Siringo, Presidente di AGEDO, per riflettere sul ruolo dei genitori, sul contesto sociale in cui crescono bambine, bambini e adolescenti LGBTQIA+, e sulle responsabilità condivise di scuola, lavoro e comunità nel costruire spazi davvero accoglienti.
Genitorialità e consapevolezza
Diventare genitori significa spesso rimettere in discussione certezze e aspettative. Cosa raccontano i genitori che si avvicinano ad AGEDO e quali domande emergono più spesso nelle fasi iniziali?
D.S.: Essere genitori di persone LGBT+ è un’esperienza inedita che ci proietta nell’imprevisto. Senza riferimenti pregressi e con scarse conoscenze su orientamento e identità di genere, ci ritroviamo a improvvisare risposte, scontrandoci spesso con i nostri stessi pregiudizi.
Il coming out dei figli viene spesso vissuto come uno shock: “Ho dovuto sedermi”, “In casa è scoppiata una bomba”, raccontano molti di noi. È l’inizio di un percorso segnato da turbamento, paura, rabbia e sensi di colpa; un momento in cui l’assenza di strumenti ci costringe a costruire, ex novo, un nuovo modo di essere genitori e di accogliere una realtà che inizialmente ci spiazza.
Il confronto tra pari è riconosciuto anche dall’OMS come uno strumento per il recupero del benessere psico-fisico delle persone, anche sul piano sociale: cosa emerge dall’esperienza degli incontri di Auto Mutuo Aiuto organizzati da AGEDO?
D.S.: Quando i pregiudizi non prevalgono, creando fratture con i figli, le famiglie cercano aiuto presso le nostre sedi, diffuse su tutto il territorio italiano. Le domande sono cariche di timori: ci si interroga sulla “normalità” di un orientamento non etero o di un’identità di genere non conforme, temendo disturbi della personalità o un futuro segnato da bullismo e precarietà. Soprattutto, i genitori si chiedono come aiutare i figli quando loro stessi faticano ancora ad accoglierne la differenza.
L’incontro con altre famiglie che vivono la stessa esperienza diventa allora fondamentale. Scoprire di non essere soli trasforma la solitudine in condivisione. Dall’intreccio di storie, emozioni e informazioni corrette nasce una nuova consapevolezza: il timore lascia spazio alla rassicurazione e al cambiamento di visione, permettendo finalmente di integrare l’alterità dei figli nel tessuto della propria vita.
Il coming out come processo continuo
Qual è il primo consiglio che darebbe a un genitore che ha appena accolto il coming out di un/a figlio/a e fa i conti con sentimenti contrastanti (smarrimento, impreparazione, senso di colpa…)?
D.S.: La prima cosa che direi é “parlane”, “cerca persone di cui ti fidi, con le quali ti senti di esporti e parlane!” Nel silenzio si nasconde la vergogna e cresce il sentimento della solitudine e dell’isolamento. Questo non aiuta. Spesso, se ne parliamo, i nostri timori diminuiscono e le reazioni delle altre persone sono più empatiche di quanto ci aspettiamo. Poi, ancora direi “informati, leggi qualcosa di scientifico sull’argomento che ti sta portando tanto turbamento”, “cercaci, siamo presenti in tutta Italia e possiamo darti una mano e accogliere, senza giudizio, i tuoi timori”.
Considerato che il coming out non è mai un evento unico, ma un processo che si ripete in contesti diversi della vita (in famiglia, a scuola, a lavoro…), come possono i genitori gestire questo “coming out allargato” senza temere il giudizio sociale e lo stigma per i propri figli?
D.S.: Una famiglia che lavora sulle proprie convinzioni ed affronta il percorso di cambiamento che questa esperienza impone è una famiglia forte e orgogliosa della propria figlia o figlio. Questo è ciò che aiuterà i nostri figli ad affrontare le numerose prove che dovranno affrontare. Significa dare loro quella forza di affrontare il mondo con autostima, sapendo che non sono soli. Inoltre, avendo avuto il permesso per farlo, in talune occasioni possiamo essere di supporto con la rete familiare, con la rete amicale e sociale. Così inizia l’esperienza del coming out anche per noi genitori. Non l’avevamo previsto ma anche per noi, quando arriva il momento, è fonte di libertà e autenticità. Cambia il nostro modo di stare al mondo!
Un’esperienza concreta di cambiamento
Potrebbe raccontarci un’esperienza o un esempio positivo che, secondo lei, restituisce bene il valore del lavoro di AGEDO e dell’alleanza tra genitori, figli e comunità?
D.S.: Fra le tante, l’esperienza di una mamma di una giovane figlia transgender mi ha colpito più di altre. Per le persone transgender il coming out non è un’opzione, è inevitabile: il cambiamento dell’aspetto, della voce e della propria espressione di genere non può essere tenuto nascosto. Così, quando la figlia intraprese il proprio percorso di affermazione di genere, Manuela decise che doveva aiutare sua figlia, per quanto possibile, nella relazione con il quartiere. Fece il giro di tutti i negozianti da cui si recavano solitamente, dal fruttivendolo al tabacchino per spiegare ciò che stava accadendo. E la risposta fu di grande empatia e calore. Manuela scoprì la potenza che il coming out ha su chi lo fa ma anche su chi lo riceve! Nell’intento di aiutare sua figlia, Manuela ha aiutato se stessa e molte altre persone!
La scuola come primo spazio di riconoscimento
La scuola è spesso uno dei primi contesti in cui emergono differenze, domande identitarie e, talvolta, discriminazioni. Quali sono, secondo AGEDO, le priorità per rendere gli ambienti scolastici più sicuri e inclusivi per studenti e studentesse LGBTQIA+ e per le loro famiglie?
D.S.: Per AGEDO, la scuola deve trasformarsi in uno spazio di alleanza educativa. Le priorità si articolano su tre pilastri:
- Formazione e Prevenzione: È cruciale introdurre l’educazione sessuo-affettiva come strumento sistemico. Educare all’alfabetizzazione emotiva e al rispetto delle differenze è la via principale per prevenire il bullismo in ogni sua forma e, nello specifico, quello omolesbobitransfobico, scardinando i pregiudizi alla base della violenza.
- Protocolli di tutela: La sicurezza richiede azioni concrete come la Carriera Alias, per permettere agli studenti in transizione di usare il nome d’elezione, e procedure d’intervento immediate contro ogni discriminazione, garantendo un ambiente psicologicamente protetto.
- Visibilità: Riconoscere la pluralità delle forme familiari e integrare il pluralismo identitario nei programmi didattici.
L’obiettivo è una scuola che valorizzi la differenza come risorsa, garantendo a chiunque il diritto di crescere con dignità e autenticità.
Lavoro, imprese e responsabilità sociale
Guardando al mondo del lavoro e alle aziende, quale ruolo possono avere le organizzazioni nel sostenere una genitorialità inclusiva e nel favorire un cambiamento culturale che accompagni le persone LGBTQIA+ lungo tutto l’arco della vita?
D.S.: Le organizzazioni del lavoro, riconoscendo la loro natura di comunità in continua evoluzione, possono agire su tre livelli:
- Welfare Equo: estendere benefit, congedi parentali e supporti alla cura a ogni configurazione familiare, includendo esplicitamente anche le famiglie con figli LGBTQIA+. Ciò consente ai genitori di sentirsi riconosciuti e sostenuti nel loro ruolo, rafforzando la fiducia verso l’organizzazione.
- Sicurezza Psicologica: creare ambienti in cui nessuno tema di parlare apertamente di sé, della propria famiglia o del proprio percorso di genitore. Per i genitori di persone LGBTQIA+, sapere che l’azienda valorizza la diversità e accoglie ogni identità riduce il senso di isolamento e favorisce una maggiore serenità, che si riflette positivamente anche sul rendimento e sull’impegno professionale.
- Cultura dell’Alleanza: promuovere formazioni, testimonianze e linguaggi inclusivi che aiutino a superare stereotipi e micro-discriminazioni. Quando un’organizzazione educa alla convivenza delle differenze, sostiene anche i genitori nel diventare alleati delle proprie figlie e dei propri figli, contribuendo a diffondere nella società un modello di cittadinanza empatica e consapevole.
In sintesi, un’azienda che adotta policy e pratiche inclusive non solo tutela i diritti delle persone LGBTQIA+, ma rafforza la coesione delle famiglie e sostiene i genitori nel loro ruolo educativo ed emotivo. Diventa così un vero motore di civiltà, capace di trasformarsi da semplice luogo di produzione a spazio di crescita, riconoscimento e corresponsabilità sociale.
Quali buone pratiche avete riscontrato in ambito aziendale a sostegno delle persone LGBTQIA+ e delle loro famiglie? Ci sono esempi o approcci che ritenete replicabili e capaci di fare la differenza?
D.S.: In ambito aziendale, AGEDO riscontra che le migliori pratiche nascono dalla volontà di trasformare l’ambiente di lavoro in uno spazio di autenticità, riconoscendo che il benessere della persona si estende a tutto il nucleo familiare — sia che si parli di genitori, sia di figli. Ecco gli esempi più efficaci e replicabili:
Policy di “Congedo parentale” universale: superano le definizioni legali di “genitore”, estendendo congedi e permessi per la nascita o l’adozione a tutti i dipendenti. Questo rappresenta un riconoscimento concreto delle famiglie omogenitoriali, permettendo a entrambi i genitori di partecipare equamente al percorso di crescita dei figli, rafforzando il legame familiare e garantendo quel tempo prezioso che ogni nuova famiglia merita.
Protocolli per le persone che affrontano percorsi di affermazione di genere: garantiscono privacy, supporto psicologico e l’uso del nome d’elezione (Identità Alias aziendale). Queste pratiche proteggono l’intero nucleo familiare riducendo lo stress legato alla discriminazione e permettendo alla persona di vivere la propria autenticità senza temere ripercussioni sul lavoro — un elemento fondamentale per la stabilità emotiva di tutta la famiglia, inclusi i genitori che spesso sono coinvolti nel percorso di accompagnamento nel processo di affermazione.
Network di Alleati (ERG): la creazione di gruppi di dipendenti LGBTQIA+ e loro alleati permette di far emergere i bisogni reali e di fare formazione “dal basso”, rendendo l’inclusione una pratica quotidiana. Quando un genitore LGBTQIA+ — o un dipendente con un familiare LGBTQIA+ — sente che il proprio ambiente di lavoro è sicuro e accogliente, questo si traduce in maggiore serenità per tutta la famiglia, riducendo l’ansia legata al coming out e rafforzando il senso di appartenenza.
Estensione dei Benefit e supporto ai familiari: l’accesso a coperture assicurative e bonus per i figli dei dipendenti esteso ai nuclei familiari non ancora pienamente riconosciuti dallo Stato rappresenta un gesto concreto che sostiene economicamente le famiglie. Inoltre, alcune aziende offrono programmi di supporto psicologico estesi anche ai familiari dei dipendenti LGBTQIA+, riconoscendo che il percorso di un membro della famiglia coinvolge l’intero nucleo — genitori in primis.
Formazione specifica per manager e colleghi: percorsi formativi che aiutano a comprendere le dinamiche familiari legate all’identità di genere e all’orientamento sessuale, permettendo ai genitori di persone LGBTQIA+ di sentirsi supportati anche sul luogo di lavoro.
Questi approcci non richiedono solo risorse economiche, ma un cambio di visione: considerare la persona nella sua interezza, proteggendo il suo equilibrio tra vita privata e professionale — e, con essa, la salute e la stabilità di tutto il nucleo familiare.
