Il Disability Pride Month che si celebra ormai internazionalmente nel mese di luglio nasce nell’estate del 1990, sulla scia delle mobilitazioni che spinsero gli Stati Uniti a firmare l’Americans with Disabilities Act (ADA). I collettivi di persone con disabilità che scendevano in strada non chiedevano commiserazione né ammirazione: rivendicavano diritti e pari opportunità, pretendevano che le barriere alla loro partecipazione sociale venissero rimosse e rifiutavano la compassione come risposta alla discriminazione. Trentasei anni dopo, luglio è ancora un mese in cui misurare la distanza tra quella rivendicazione e il contesto che abitiamo.
Il linguaggio che usiamo per parlare di disabilità fa parte di quel contesto. E le forme più difficili da smontare non sono tanto le offese esplicite, su cui è più facile intervenire per correggerle, bensì le parole che sembrano gentili ma che finiscono per riprodurre pregiudizi senza che chi le usa se ne renda conto.
Il modello dietro le parole abiliste
In Italia, le stime ISTAT basate su criteri funzionali – che seguono cioè l’approccio della Convenzione ONU – ci dicono che le persone con disabilità sono 2,9 milioni, cioè il 5% della popolazione: ne fanno parte coloro che, per l’interazione tra condizioni di salute e barriere ambientali, dichiarano di vivere con consistenti limitazioni nelle attività quotidiane (Rapporto Annuale ISTAT 2025). Nel 2023, però, ISTAT aveva presentato un conteggio più ampio, risultato del monitoraggio realizzato con il primo prototipo di registri sulla disabilità, che includeva le persone con una certificazione di disabilità o che ricevono una pensione o indennità per la presenza di una disabilità: il dato parlava di 7,6 milioni di persone, circa il 13% della popolazione.
La distanza tra i due numeri non è solo statistica: dipende dal modello che si usa per osservare e descrivere il contesto.
Chiamare “speciale” una persona con disabilità, ammirarne il “coraggio straordinario” o compatirla per la sua “sfortuna” sono uno specchio del modello che per molti anni ha condizionato il nostro modo di parlare di disabilità: il modello medico. Questo frame considera la disabilità come un deficit, un problema che ricade sul singolo, qualcosa da correggere, alleviare o riconoscere con tenerezza.
Negli ultimi anni, per fortuna, la situazione si è evoluta, includendo anche un passaggio normativo nel nostro ordinamento. Il D.Lgs. 62/2024, in vigore dal 30 giugno 2024, recepisce la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità e adotta il modello bio-psico-sociale dell’OMS: la disabilità non appartiene alla persona, ma deriva dall’interazione negativa con le barriere del contesto, responsabili di produrla.
Dal punto di vista linguistico, la riforma italiana prevede di eliminare dal lessico normativo italiano parole abiliste come “handicap”, “portatore di handicap”, “persona affetta da disabilità” e “diversamente abile”, sostituendoli con l’espressione “persona con disabilità”.
Il linguaggio abilista benevolo
Esiste poi un altro livello del linguaggio abilista, quello benevolo, che ha una caratteristica che lo rende difficile da riconoscere: non scatena la reazione difensiva di chi lo produce. Chi chiama “speciale” una persona con disabilità, o ne ammira il “coraggio straordinario”, raramente si percepisce come discriminatorio.
È proprio questa assenza di attrito che permette al pregiudizio di radicarsi in profondità, più delle offese esplicite, che almeno attivano un riconoscimento del danno.
Eufemismi ed eccezionalità che raccontano un tabù
Tra le forme più pervasive del linguaggio abilista benevolo c’è l’eufemismo.
Espressioni eufemistiche ancora molto usate come “persona diversamente abile” nascono dal disagio di chi parla: per molto tempo, infatti, l’intenzione era evitare una parola – “disabile” – percepita come sminuente. Come risultato, si è adottato un eufemismo che costruisce una categoria separata dalla norma: non semplicemente persone, ma persone di un tipo eccezionale, da trattare con delicatezza particolare.
La stessa logica attraversa espressioni come “bambini speciali”, “esigenze speciali”, “classi speciali”: ogni volta che l’aggettivo “speciale” sostituisce una descrizione precisa, produce distanza prima ancora di produrre rispetto.
Un secondo registro comunicativo opera per eccesso invece che per difetto: “ha combattuto con coraggio”, “nonostante la disabilità ha raggiunto [un obiettivo X]”, “ci ha dimostrato che si può fare tutto” – sono formulazioni che celebrano l’eccezione confermando la regola.
Se compiere azioni comuni come fare la spesa, andare a un concerto, studiare all’università o partecipare a un meeting di lavoro diventano imprese degne di menzione, il messaggio implicito è che la norma attesa sia l’incapacità.
La preposizione nonostante è rivelatoria: raggiungere degli obiettivi “nonostante la disabilità” presuppone che la disabilità sia qualcosa da cui riscattarsi, non una condizione da cui si agisce normalmente.
Nei disability studies questo schema è noto come supercrip narrative, cioè la narrativa del supereroe solitario che trionfa contro ogni aspettativa.
E infine c’è il pietismo: “soffre di”, “è affetta da”, “porta il peso di”, “vive con dignità nonostante tutto”, sono costruzioni che posizionano la disabilità come tragedia individuale. Nel linguaggio quotidiano si percepiscono spesso come affettuose, ed è esattamente per questo che non generano resistenza.
Il registro del pietismo è il più antico e il più radicato nel modello medico: quello che considera la disabilità come un problema interno alla persona, qualcosa da compatire o alleviare.
Le disabilità invisibili che il linguaggio non vede
I registri fin qui analizzati operano principalmente su disabilità visibili o socialmente codificate. Ne esiste un quarto che non compatisce né celebra, ma nega la condizione di disabilità.
“Ma stai benissimo”, “non sembri malata”, “non si direbbe che sei sorda” o “tutti abbiamo momenti di stanchezza, non esagerare”, sono esempi del linguaggio di negazione delle disabilità invisibili, che attraversa patologie croniche, disabilità cognitive, condizioni psichiatriche o quelle che rientrano tra le condizioni di neuroatipicità.
È un registro particolarmente rilevante nel contesto lavorativo, dove la pressione alla normalità è strutturale.
Secondo una ricerca di BCG (Your Workforce Includes People with Disabilities. Does Your People Strategy?, 2023) condotta su quasi 28.000 persone in 16 Paesi, circa il 25% della forza lavoro dichiara di avere una disabilità o condizione di salute che limita almeno un’attività quotidiana. Le aziende ne dichiarano mediamente il 4-7%.
È un gap che si alimenta di under-disclosure: le persone non comunicano la propria condizione ai datori di lavoro per paura di stigma o impatto sulla carriera. Quasi la metà delle persone intervistate da BCG che ha scelto di non dichiarare la propria disabilità, ha indicato come motivazione primaria questa paura. E in effetti il 42% di coloro che hanno dichiarato la propria disabilità sul posto di lavoro riferisce di aver poi personalmente subito discriminazioni. Il linguaggio di negazione – “ma non si vede niente”, “eppure sei sempre così in gamba” – è uno dei fattori che lo perpetua: chi percepisce che il contesto banalizzerà la propria condizione, spesso preferisce non dichiarla. Si tratta di una risposta adattiva a un ambiente che non ha ancora imparato a credere a ciò che non vede.
Su scala internazionale, la risposta più diffusa a questo problema è lo Hidden Disabilities Sunflower: un cordoncino indossabile con il simbolo del girasole che le persone possono scegliere di portare per segnalare di avere una disabilità non immediatamente visibile. Nata nel Regno Unito nel 2016, l’iniziativa è oggi attiva in decine di Paesi, adottata da aeroporti, catene retail, banche e grandi aziende. Chi indossa il girasole non deve spiegare nulla: è lo staff formato a fare il lavoro di accoglienza e accomodamento.
In Italia, su principi analoghi, si muove FaroPass, progetto pilota del Comparto Disabilità Confael, attivo in sei comuni sardi tra cui Olbia, Cagliari e La Maddalena. È un pass digitale che consente a persone con disabilità invisibili – cognitive, sensoriali, psichiatriche, da patologie croniche – di comunicare i propri bisogni pratici allo sportello senza rivelare la diagnosi.
La logica aggira il problema linguistico a monte: non chiede alla persona di spiegare né all’operatore di valutare, ma facilita direttamente l’adattamento del contesto.
Nelle organizzazioni, il linguaggio conta doppio
I quattro registri analizzati fin qui non restano nel lessico quotidiano, ma subentrano nelle comunicazioni aziendali, nelle job description, nei discorsi istituzionali e nei report DEI. Il contesto che contribuiscono a costruire – insieme a barriere architettoniche, procedurali e culturali – ha un costo misurabile.
Secondo il Rapporto CNEL 2025, che rielabora dati ISTAT, solo il 33% delle persone con gravi limitazioni e il 57% di quelle con limitazioni meno gravi risulta occupato, a fronte del 62% della popolazione senza condizione di disabilità. Un divario ancora più forte nella fascia dei giovani sotto i 34 anni, dove due terzi delle persone con disabilità non lavorano né studiano a fronte di una percentuale molto più bassa (17%) tra i coetanei senza condizione di disabilità. Sono divari che si spiegano con un contesto che fatica a vedere le persone con disabilità fuori dalla cornice della sfortuna da soccorrere.
Sul piano comunicativo, alcune campagne mostrano cosa succede quando si sceglie deliberatamente di osservare fuori dalla cornice di stereotipi.
WeThe15 da una campagna tradizionale sull’inclusione, lanciata nel 2021 in occasione delle Paralimpiadi di Tokyo e sostenuta da dodici organizzazioni internazionali, prende il nome dal 15% dell’umanità che vive con una disabilità: 1,2 miliardi di persone, una quota demografica stimata dall’OMS.
Il video di lancio non mostra eroi che superano sé stessi né persone bisognose di solidarietà, ma persone che rivendicano gli stessi diritti e le stesse opportunità di chiunque altro. In questo cambio di frame si trova il cuore del problema linguistico: da oggetti di ammirazione o compassione a titolari di diritti.
Su questa stessa traiettoria si muove la campagna ShowREAL, promossa da Valore D, che punta sulla rappresentazione di persone con disabilità in contesti ordinari, senza enfasi sulla difficoltà né retorica del coraggio. Non c’è un’eccezione da ammirare o una condizione da compiangere, ma la presenza come fatto ordinario.
È online showREAL la campagna a favore dell’inclusione | short
Le organizzazioni che vogliono fare una verifica concreta sul loro linguaggio possono iniziare dai propri materiali scritti: annunci di lavoro, policy, comunicati e report annuali. L’obiettivo non è trovare la parola “corretta” in senso formale, ma chiedersi quale frame stia applicando quella comunicazione. Descrive la quotidianità o celebra l’eccezione? Riconosce una presenza ordinaria o esprime meraviglia per essa?
Il Disability Pride Month porta nel nome una parola che i registri analizzati in questo pezzo non conoscono: orgoglio. Non la commozione per chi ce la fa, non la tenerezza per chi soffre né lo stupore per chi è speciale. L’orgoglio non si amministra con gentilezza, presuppone che chi lo rivendica non abbia nulla da cui riscattarsi. È esattamente questa la distanza che il linguaggio abilista benevolo non riesce a coprire e che solo un cambio di frame, prima ancora che di vocabolario, può cominciare a colmare.



