8 marzo: ciò che oggi è un diritto, ieri è stato una conquista 

Ogni anno l’8 marzo ritorna, e a volte sembra portarci parole già ascoltate. 
Eppure basta voltarsi indietro — non di secoli, ma di poche generazioni — per scoprire quanto sia recente ciò che oggi consideriamo “normale” per le donne: votare, scegliere se sposarsi o separarsi, lavorare senza essere licenziate per matrimonio, entrare in magistratura, aprire un conto in banca, prendere decisioni sul proprio corpo. 

Sono diritti più giovani della TV a colori, più giovani di internet, più giovani di molti nostri riferimenti quotidiani. 

Ed è proprio questo che l’8 marzo ci ricorda: i diritti non esistono da sempre, e soprattutto non restano in piedi da soli

Quest’anno poi l’anniversario è ancora più simbolico: nel 2026 saranno ottant’anni dal primo voto femminile in Italia. Ottant’anni da quel 2 giugno 1946 in cui milioni di donne entrarono per la prima volta nella storia repubblicana come cittadine, elettrici e — grazie alle 21 Madri Costituenti — anche legislatrici. 
È un’occasione per guardare insieme a ciò che è stato conquistato e a ciò che ancora fatichiamo a rendere reale. 

Un secolo di cambiamenti

Il Novecento è stato il secolo in cui le donne — in Italia come nel resto del mondo — hanno trasformato il possibile. Le grandi ondate del femminismo internazionale hanno attraversato le nostre società come maree: quella del suffragio, quella dei diritti civili, quella dell’autodeterminazione, fino ai movimenti globali contemporanei contro la violenza patriarcale. 

In Italia queste correnti si sono tradotte in cambiamenti profondi, spesso conquistati contro resistenze culturali durissime. 

  • 1945–46: nasce la cittadinanza politica femminile. Prima il decreto che riconosce alle donne il voto attivo e passivo, poi il referendum del ’46 e l’elezione delle Madri Costituenti — da Nilde Iotti a Teresa Mattei, da Lina Merlin a Maria Federici. Donne che hanno inciso sulla nostra Carta i principi di eguaglianza che oggi consideriamo scontati. 
Collage di due immagini d'epoca tratte dal "Corriere della sera" del giugno 46. Sulla sinistra la prima pagina della testata con la scritta "È nata la Repubblica italiana" e il volo di una donna in primo piano. Sulla destra un articolo intitolato "Le 21 donne alla Costituente" in cui compaiono le fotografie e le biografie delle donne elette.
  • Anni ’60: si incrinano i primi pilastri del patriarcato giuridico. Nel 1963 la legge contro il licenziamento per matrimonio e quella sull’accesso delle donne alla magistratura aprono spazi fin lì impensabili. 
  • Anni ’70: il femminismo italiano entra nel cuore della società. È l’epoca della riforma del diritto di famiglia (1975), che abolisce la potestà maritale; della legge sul divorzio (1970); della parità nel lavoro (1977); della legge 194 (1978). È anche il decennio in cui una battaglia plurale — politica, culturale, collettiva — diventa trasformazione strutturale. 
Foto d'epoca che ritrae una manifestazione femminista a favore dell'introduzione del divorzio in Italia, in cui diverse donne vestite con abiti e pettinature d'epoca tengono in mano dei cartelloni con scritto "Le italiane e l'amore", "In amore vogliamo gli stessi diritti degli uomini"
  • 1981: viene abolito il “delitto d’onore” e il matrimonio riparatore, grazie anche alla mobilitazione di donne che hanno avuto il coraggio di esporsi: tra tutte Franca Viola, il cui rifiuto nel 1965 segnò una cesura storica. 
  • Anni ’90 e Duemila: i diritti cambiano forma. Nel 1996 la violenza sessuale diventa reato contro la persona, non più contro la “morale”; nel 2011 la legge Golfo-Mosca introduce il riequilibrio di genere nei CDA; nel 2019 il “Codice Rosso” accelera le tutele contro la violenza domestica. 
  • Oggi: la spinta arriva dall’Europa con la trasparenza salariale e dagli investimenti del PNRR su lavoro, servizi e imprenditorialità femminile. L’agenda pubblica riconosce finalmente che l’autonomia economica è il cuore della libertà. 

È un percorso non lineare, fatto di avanzamenti, battute d’arresto, cambi di paradigma culturale. Un percorso che porta il segno di tante figure italiane — da Lina Merlin a Tina Anselmi, da Margherita Hack a Samantha Cristoforetti alle tante giuriste, sindacaliste, scienziate, attiviste che hanno allargato le possibilità di tutte. 

Parità formale e parità sostanziale: il tratto di strada ancora da fare 

Eppure, per quanto profonde, queste conquiste non hanno ancora colmato la distanza tra la parità scritta nelle leggi e quella vissuta nella realtà.

Nel lavoro, i divari restano strutturali. Il tasso di occupazione femminile (15-64 anni) in Italia è ancora fermo al 53,6%, contro il 71,4% di quello maschile (Istat, 2025). E se le donne senza figli lavorano per il 68,9%, la percentuale scende al 62,3% tra le madri — mentre per gli uomini avviene l’opposto: i padri raggiungono livelli di occupazione sopra il 91%, più dei coetanei senza figli (Save the Children, Le Equilibriste, 2025). Un divario che dimostra come la maternità continui a penalizzare professionalmente le donne, mentre la paternità viene spesso associata a maggiore stabilità e occupazione.

Anche quando entrano e restano nel mercato del lavoro, le donne incontrano barriere nell’avanzamento: nel settore privato solo il 21,9% dei dirigenti è donna, con percentuali che scendono al 16,5% nell’industria e salgono al 25,8% nel terziario. Eppure la nuova generazione racconta un potenziale diverso: tra gli under 35 le dirigenti sono già il 39%, e le donne rappresentano il 32,8% dei quadri, anticamera della dirigenza (Manageritalia, 2025).

Il divario salariale resta significativo: +17,4% a favore degli uomini nel privato (Eurostat, 2026). E questo scarto si amplifica nel tempo: nel 2024 la pensione media degli uomini in Italia è risultata superiore del 34% rispetto a quella delle donne (2.143 euro contro 1.595 euro), una differenza che riflette carriere più discontinue, lavori meno retribuiti e minor accesso ai ruoli apicali (INPS, XXIV Rapporto annuale, 2025).

Anche sul fronte della distribuzione del tempo, la parità resta lontana: il 70% del lavoro di cura non retribuito è ancora svolto dalle donne (OECD, 2024), un carico che condiziona scelte professionali, prospettive di carriera e indipendenza economica. Anche sul versante politico, la rappresentanza rimane fragile: in Europa le parlamentari sono circa un terzo del totale.

E la ferita più profonda restano i femminicidi: 84 in Italia nel solo 2025. Una cifra che ricorda con crudezza che la violenza di genere è un fenomeno strutturale e che l’uguaglianza formale, da sola, non garantisce sicurezza, libertà, autodeterminazione.

Per questo la parità non è solo un principio giuridico, ma una condizione concreta fatta di tempo, risorse, redistribuzione, libertà economica e culturale. 

Perché l’8 marzo serve ancora 

L’8 marzo non è un rituale né un semplice esercizio di memoria scolastica: è un invito alla consapevolezza. Ci ricorda che la normalità che viviamo oggi esiste perché qualcuno l’ha immaginata quando non c’era, e perché generazioni di donne — e uomini al loro fianco — hanno lavorato perché diventasse realtà. Nessun diritto è permanente se non viene esercitato, difeso, ampliato: per questo l’8 marzo è un momento di vigilanza, oltre che di gratitudine. 

Serve anche a riportare al centro un fatto spesso dimenticato: la parità non riguarda le donne “contro” gli uomini, ma una società più giusta per tutte e tutti. I modelli rigidi che limitano le possibilità femminili limitano anche quelle maschili, e al contrario una società più equa è una società più libera per ciascuno. 

E infine, l’8 marzo è fondamentale perché ci obbliga a guardare a ciò che manca — il divario salariale, i carichi di cura sbilanciati, la rappresentanza politica ancora fragile, la violenza di genere che continua a colpire con durezza — non come inevitabilità del presente, ma come lavoro aperto del futuro. Ottant’anni dopo il primo voto delle donne italiane, il modo migliore per onorare quella conquista non è commemorarla, ma proseguirla: non fermarci alla storia, ma farla avanzare. 

“Non vi può essere… un solo passo sulla via della democrazia, che non voglia essere solo formale ma sostanziale, non vi può essere un solo passo sulla via del progresso civile e sociale che non possa e non debba essere compiuto dalla donna insieme all’uomo, se si voglia veramente che la conquista affermata dalla Carta costituzionale divenga stabile realtà per la vita e per il migliore avvenire d’Italia” 

On. Teresa Mettei, seduta pomeridiana, Assemblea costituente, 18 marzo 1947 

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