Tra mobilità geografica e sociale: disuguaglianze invisibili e il lavoro che non aspetta

Freedom to move, right to stay: libertà di muoversi, diritto a restare, dice lo slogan del rapporto Svimez 2025 (Associazione per lo Sviluppo del Mezzogiorno). Se la libertà di muoversi è uno dei diritti fondanti della cittadinanza europea, affiancarla al diritto di restare – si legge nell’introduzione del rapporto – «permette di coniugare il rilancio dei principi di integrazione e cooperazione strategica e la riduzione delle disuguaglianze territoriali, così da contrastare lo spopolamento e una mobilità dettata dalla necessità, non dalla scelta.» 

Perché è esattamente nello spazio tra necessità e scelta che si fa la differenza: decidere di spostarsi e lasciare la propria regione di origine è ancora, per molte persone giovani del Mezzogiorno, una condizione, più che una possibilità. È una consapevolezza che si accumula lentamente, nella distanza tra ciò che si è studiato e ciò che il territorio intorno offre, tra le aspettative costruite in anni di formazione e un mercato del lavoro che non riesce a valorizzarle. 

In questo contesto, la mobilità geografica, in Italia, è diventata un prerequisito implicito all’inclusione lavorativa che struttura le opportunità di mobilità sociale di intere generazioni. Parlarne in un contesto di diversity, equity e inclusion non è ovvio. Il territorio di origine raramente entra nel perimetro delle variabili che le organizzazioni monitorano quando si interrogano sull’equità dei propri processi. Eppure i dati dicono che la provenienza geografica, in Italia, pesa quanto – e a volte più di – molte altre variabili che il dibattito DEI ha imparato a riconoscere.

Un paese, più mercati del lavoro

Il divario Nord-Sud nel mercato del lavoro italiano non è una questione storica in via di risoluzione: anzi, si stratifica nel tempo. Il Rapporto BES 2024 dell’ISTAT ci dice che nel 2024 il tasso di occupazione nel Mezzogiorno è del 53,4% (fascia 20-64 anni), distante 21,6 punti dal Nord (75,0%). Il divario è ancora più pronunciato per le donne: nelle regioni meridionali appena il 40,1% delle donne tra 20 e 64 anni è occupata, contro il 67,4% al Nord. Il tasso di mancata partecipazione al lavoro, che misura l’offerta che il mercato non riesce ad assorbire, nel Mezzogiorno è al 25,5%, quasi quadruplo rispetto al Nord (6,9%). Per le donne meridionali sale al 31,3%.

Questa distanza di oltre venti punti percentuali nel tasso di occupazione resiste da decenni e negli ultimi dieci anni si è ridotta di appena uno o due punti. Basandosi sui dati simili dell’anno precedente, il professor Giuseppe Pignataro nota come questo numero non sia da inquadrare solo come posti di lavoro, ma come assenze strutturali, frutto di «ecosistemi economici meno dinamici, di opportunità che evaporano prima ancora di esistere». 

Il divario si fa più tagliente quando lo si analizza sotto la lente dell’istruzione. Tra le persone laureate di 30-34 anni, lavora il 90,6% di chi vive al Nord contro il 70,8% di chi vive al Sud. La laurea non neutralizza il divario geografico: lo attenua, ma non lo elimina. Se si guarda al diploma, la distanza si allarga ulteriormente: 83% di persone occupate al Nord, 57,2% al Sud. 

In più, la mobilità intergenerazionale, cioè la possibilità che i figli raggiungano condizioni migliori di quelle dei genitori, in Italia rimane bloccata su cinque generazioni, contro le due della Danimarca. Un ascensore sociale strutturalmente lento a livello nazionale che parte da un piano più basso nel Mezzogiorno che nel resto del Paese. Non è solo una questione di numeri strutturali, ma anche di percezione: secondo il rapporto FragilItalia 2025 di Legacoop e Ipsos sulle disuguaglianze sociali, il 38% delle famiglie a reddito basso prevede che i propri figli scenderanno di posizione sociale rispetto alla famiglia di origine, più del doppio rispetto alle famiglie di ceto medio (15%).

In questo panorama rientra anche l’impatto dell’economia non osservata, che secondo le stime ISTAT più recenti (biennio 2021-2022) vale circa 182-192 miliardi di euro, poco più del 10% del PIL nazionale. Ma la presenza di lavoro sommerso – distribuita peraltro in misura significativa anche nelle regioni del Nord – non spiega né esaurisce il divario: i dati sull’occupazione regolare, sulla qualità del lavoro e sulla mobilità qualificata raccontano una frattura che persiste indipendentemente da questa variabile.

La contraddizione: un Mezzogiorno che cresce, ma che le persone giovani lasciano

Il rapporto SVIMEZ aggiunge un elemento che rende il quadro più contraddittorio e interessante: tra il 2021 e il 2024, il Mezzogiorno ha fatto registrare una crescita occupazionale dell’8%, un ritmo superiore di 2,6 punti percentuali rispetto al Centro-Nord. Il Sud ha contribuito per oltre un terzo all’incremento complessivo delle persone occupate a livello nazionale.

Eppure, nel triennio 2022-2024, 175mila giovani meridionali hanno lasciato l’area di residenza per il Centro-Nord o l’estero: 7mila in più rispetto al triennio precedente. 

La SVIMEZ lo definisce «un vero paradosso occupazionale»: nonostante i divari, il lavoro cresce, ma i giovani continuano ad andarsene. La ragione è strutturale: il principale sbocco occupazionale per i giovani che al Sud entrano nel mercato del lavoro resta il turismo, che concentra oltre un terzo dei nuovi posti di lavoro e si caratterizza per bassa domanda di competenze qualificate. Quando il mercato del lavoro cresce ma non migliora in qualità, la crescita non basta a trattenere chi ha investito in anni di formazione.

La mobilità geografica come prerequisito strutturale implicito

Dentro questo scenario, spostarsi non è quasi mai una scelta davvero libera ma, più spesso, la risposta razionale a un sistema che distribuisce le opportunità in modo asimmetrico. Il paradosso identificato dalla SVIMEZ ci dice che non bastano più posti di lavoro se non migliorano in qualità e in coerenza con la formazione acquisita: la mobilità diventa prerequisito strutturale indipendentemente dal ciclo economico. L’emigrazione italiana contemporanea, interna ed esterna ai confini nazionali, è in larga parte una risposta a mancanze sistemiche, non un atto di avventura individuale.  

I numeri della mobilità interna lo confermano. Secondo il Rapporto Italiani nel Mondo 2025 della Fondazione Migrantes, tra il 2014 e il 2024 il saldo migratorio interno del Mezzogiorno è stato negativo per 511mila unità: circa un milione e 98mila persone si sono spostate verso il Centro-Nord, contro 587mila che hanno compiuto il percorso opposto. 

Quasi la metà di questi trasferimenti (48,5%) ha riguardato giovani tra i 20 e i 34 anni, con una perdita netta di circa 373mila giovani italiani in quel decennio. Tra questi, la componente più qualificata è cresciuta in modo costante: i trasferimenti verso il Centro-Nord di giovani laureati sono aumentati di oltre il 50% dal 2014, con la Campania che ha perso circa 65mila giovani laureati e la Sicilia 56mila, mentre la Lombardia ne ha guadagnati 111mila. 

Il rapporto SVIMEZ stima il costo di questo deflusso per il Mezzogiorno in circa 6,7 miliardi di euro l’anno di mancato rendimento sull’investimento pubblico in formazione.

La mobilità geografica diventa così il canale principale attraverso cui si esprime, o si blocca, la mobilità sociale. Chi può permettersi di spostarsi accede a un mercato del lavoro più dinamico; chi non può, per ragioni economiche, familiari o di cura, resta in un contesto che offre meno. Questa asimmetria penalizza in modo sistematico chi ha meno risorse, chi ha reti (cioè un capitale sociale) più fragili, chi porta carichi che il sistema non redistribuisce. Tra i giovani che si spostano dal Sud al Nord, quasi due su cinque erano già in possesso della laurea al momento del trasferimento: non partono per formarsi, partono perché la formazione acquisita trova meno sbocchi nei loro luoghi d’origine.

C’è anche una dimensione di genere che attraversa questi flussi senza diventarne il centro. Al Sud lavora meno del 40% delle donne, e nelle coppie in cui entrambi i partner lavorano, il 61,6% del tempo dedicato al lavoro familiare è ancora a carico delle donne (ISTAT, BES 2024). Chi non può muoversi, o sceglie di non farlo, paga un prezzo doppio: un mercato del lavoro locale che offre meno, e un sistema di cura che non redistribuisce il peso.

Una geografia più equa delle opportunità

I dati ci dicono che i percorsi migratori in Italia sono ancora spesso unidirezionali: il ritorno rimane un’eccezione, non una traiettoria. Anche le organizzazioni si muovono dentro questo assunto, senza interrogarlo a sufficienza.

Su questo punto si apre una tensione che il dibattito pubblico italiano raramente affronta con onestà. Quando si parla di emigrazione interna, compare spesso l’affermazione secondo cui “al Sud non ci sono opportunità”: nel modo in cui viene ripetuta, quella frase rischia di trasformare una condizione prodotta in una condizione inevitabile. 

Il divario non è una caratteristica geografica dell’Italia meridionale: è il risultato sedimentato di scelte, investimenti e politiche. Presentarlo come dato di fatto, quasi come parte del clima o della morfologia del territorio, è una forma sottile di antimeridionalismo – spesso interiorizzata anche da chi nel Sud ci è nato e cresciuto – e che si manifesta anche nel linguaggio dei contesti professionali

È qui che il pensiero dell’antropologo Vito Teti diventa illuminante. Nel concetto di restanza, elaborato nel suo libro omonimo del 2022 (Einaudi), Teti propone una lettura radicalmente diversa di chi sceglie di non partire o di tornare nel Sud di origine. La restanza non è rassegnazione, non è mancanza di ambizione: è una postura attiva, una forma di resistenza culturale e politica che rifiuta di accettare lo svuotamento dei luoghi come inevitabile. 

Chi resta non è chi non ha saputo partire: è chi sceglie di fare i conti con la propria terra, in una prospettiva che non nega il divario – lo conosce benissimo – ma che si rifiuta di trattarlo come inevitabile.

Eppure nelle organizzazioni la scelta di restare raramente viene riconosciuta con questa valenza. La disponibilità a spostarsi è ancora trattata, nei processi di selezione e sviluppo, come indicatore neutro di ambizione: chi è disposto a trasferirsi dimostra motivazione e flessibilità. La mobilità geografica ha un costo economico, relazionale e psicologico che si distribuisce in modo diseguale. Chiederla implicitamente come condizione di accesso significa, in pratica, selezionare per disponibilità di risorse piuttosto che per competenza.

Cosa significa, allora, per i processi aziendali, continuare a trattare la mobilità geografica come una variabile neutra? Quali voci non raggiungono le organizzazioni, non perché manchino di competenze, ma perché il sistema ha già selezionato per loro prima ancora che arrivassero alla loro porta?

Non esistono risposte semplici a queste domande. Ma il fatto che siano quasi assenti dal dibattito DEI italiano dice qualcosa: abbiamo imparato a vedere alcune disuguaglianze e ne abbiamo lasciate altre nell’ombra, coperte dalla patina del merito e della scelta individuale. La provenienza geografica è una di queste. Riconoscerla significa anche lavorare perché partire smetta di essere l’unica risposta razionale disponibile. E considerarla come variabile di equità – al pari del genere, dell’età, del background socio economico – è il primo passo per smettere di riprodurre, inconsapevolmente, le stesse fratture che diciamo di voler ridurre.

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