La mascolinità che la Gen Z prova a riscrivere 

Il 19 luglio 2026, al MetLife Stadium di New York, il campione argentino Lionel Messi piange dopo la finale del Mondiale di calcio maschile persa 1-0 contro la Spagna. Le immagini fanno il giro del mondo dalle prime pagine dei quotidiani sportivi: a prescindere dalla fede calcistica, nessuno legge quelle lacrime come un cedimento; vengono invece interpretate come sintesi dell’intensità del momento e degli anni di carriera del calciatore culminati in quella partita. Lo sport è ancora uno dei pochi contesti in cui il pianto maschile ha un canale pienamente legittimo: la cornice della vittoria o della sconfitta lo rende accettabile, perché non riguarda la fragilità della persona ma l’intensità della posta in gioco. Eppure, fuori da quella cornice lo stesso gesto perde il suo permesso sociale. 

La Gen Z sta riscrivendo buona parte della mascolinità tradizionale, ma lo fa in modo selettivo: apre spazio alla tenerezza e all’affetto tra uomini, mentre tiene chiuso l’accesso ad altre emozioni – il pianto, su tutte – che restano un’eccezione, più che un diritto. Capire quali emozioni vengono legittimate e quali no, generazione dopo generazione, dice molto su cosa significhi oggi, per un uomo, poter mostrare la propria vulnerabilità senza pagarne il prezzo.

Il tabù più persistente, il pianto

Secondo la ricerca Costruzione di alleanze: verso il superamento degli stereotipi di genere (Valore D e Ipsos-Doxa con NTT Data, maggio 2026), il pianto è la libertà emotiva più contrastata nell’immaginario maschile e il tabù più persistente: lo ritiene socialmente accettabile solo il 27% del campione, contro il 44% registrato per le donne. 

Il confronto generazionale mostra quanto stretto sia, in generale, lo spazio che la mascolinità tradizionale concede alla vulnerabilità. I Boomers immaginano un uomo libero di mostrare paura o insicurezza solo nel 23% dei casi, di ammettere di non avere tutto sotto controllo nel 25%, di parlare dei propri problemi nel 29% e di chiedere aiuto nel 30% : un controllo emotivo quasi totale, in cui ogni forma di fragilità resta un tabù. La Generazione X apre i primi spiragli, soprattutto su paura e insicurezza (35%), restando però dentro una mascolinità sostanzialmente controllata. I Millennials configurano il modello più integrato tra le generazioni precedenti: crescono la libertà di ammettere errori (41%), chiedere aiuto (38%) e soprattutto di non avere tutto sotto controllo (36%): un uomo che può tenere insieme forza e imperfezione.

Il pianto, però, non segue questa evoluzione. È l’unica dimensione che, dopo il picco della Generazione X (32%, il valore più alto registrato tra tutte le generazioni), non riesce a consolidarsi: i Boomers restano fermi al 19%, la Gen Z torna a scendere al 31%, senza mai allontanarsi in modo significativo dalla media generale del 27%. 

Nel suo complesso, la vulnerabilità maschile espressa con il pianto resta poco concessa e poco praticata, ma è tutt’altro che indesiderata. Il 16% degli uomini intervistati vorrebbe poter piangere liberamente senza sentirsi di doverlo trattenere, una quota quasi identica a quella femminile (15%): la differenza non è dunque nel desiderio ma nel permesso sociale percepito. 

L’ambivalenza della Gen Z: più affetto, meno rabbia

Sulle altre dimensioni emotive, la Gen Z rompe con più decisione i modelli precedenti. È la generazione che immagina la massima libertà maschile nell’affettività fisica verso gli amici – il 41% la ritiene legittima – e nel parlare apertamente dei propri problemi (42%). 

Sono numeri che raccontano un modello di amicizia maschile meno trattenuto, in cui la tenerezza tra uomini non è più percepita come anomalia. Per tornare all’esempio del Mondiale 2026, uno dei casi più mediatici è stata la relazione tra il centrocampista inglese Jude Bellingham, 23 anni, e l’attaccante norvegese Erling Haaland, 25: la loro amicizia, nata ai tempi in cui entrambi giocavano nel Borussia Dortmund, fatta di abbracci, un bacio sulla guancia diventato virale e battute scambiate davanti alle telecamere, ha generato più fascino che imbarazzo. Due tra i nomi più forti del calcio maschile si mostrano apertamente affettuosi davanti a milioni di persone, senza che questo intacchi in alcun modo la loro credibilità sportiva.

Sulla rabbia, l’unica emozione storicamente considerata “propria” della mascolinità, però, la Gen Z si muove in direzione opposta: solo il 36% delle persone intervistate ritiene che gli uomini debbano essere liberi di esprimere rabbia apertamente, nove punti sotto la media generale. È un rovesciamento dello stereotipo cardine della mascolinità aggressiva, ma non equivale a una liberazione complessiva del repertorio emotivo maschile quanto piuttosto a una redistribuzione: la tenerezza entra, l’aggressività esce. Il risultato non è un uomo libero di sentire tutto, ma un uomo a cui viene chiesto di spostarsi da un repertorio ristretto a un altro, altrettanto selettivo: teneri con gli amici, non più autorizzati alla rabbia, ma ancora poco autorizzati al pianto.

Chi paga il conto della mascolinità stoica

Se la libertà emotiva maschile resta così contenuta, non è per assenza di richiesta dal lato femminile. Sono le donne le principali sostenitrici dell’apertura emotiva maschile: il 68% ritiene importante che gli uomini possano parlare apertamente dei propri sentimenti, contro il 59% degli uomini stessi, che rappresentano comunque più della metà del campione. 

La mascolinità stoica non è un tratto individuale che alcuni uomini scelgono di conservare: è un’aspettativa sociale distribuita, sostenuta anche da chi ne chiede il superamento a parole. Il pianto di Messi ha potuto attraversare gli schermi di tutto il mondo senza essere letto come debolezza perché c’era una cornice specifica a renderlo leggibile. Fuori da quella cornice, costruire un permesso sociale equivalente per la vulnerabilità maschile non è un compito che riguarda i singoli uomini: è una responsabilità distribuita tra chi quella cornice, ogni giorno, la disegna o la restringe.

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